Ci sono artisti che dipingono il mondo e artisti che, attraverso la pittura, cercano un modo per abitare il proprio mondo interiore.
Yayoi Kusama appartiene profondamente alla seconda categoria.
La sua morte, annunciata in questi giorni, ci invita non soltanto a ripercorrere la storia di una delle artiste più riconoscibili dell’arte contemporanea, ma anche a fermarci davanti a una domanda più intima: che cosa accade quando il gesto artistico diventa una forma di cura?
Kusama ha attraversato quasi un secolo trasformando la propria esperienza interiore in segni, colori, ripetizioni, corpi, stanze e infiniti. I suoi pois sono diventati una firma inconfondibile, ma ridurre la sua ricerca alla “regina dei pois” significherebbe perdere ciò che forse è più importante: il bisogno profondo da cui quella pittura nasce.
Da bambina raccontava di avere visioni e percezioni che la conducevano in una dimensione diversa da quella ordinaria. Nel corso della sua vita, la ripetizione, le reti e i pois divennero strumenti attraverso i quali dare una forma a quella esperienza.
E qui la sua storia incontra, sorprendentemente, quella della pittura intuitiva.
Non perché Kusama possa essere definita una pittrice intuitiva nel significato contemporaneo del termine, ma perché nella sua ricerca ritroviamo una delle intuizioni fondamentali di questo modo di dipingere: il segno può nascere prima della spiegazione.
Prima ancora di sapere che cosa stiamo dipingendo, possiamo sentire di avere bisogno di dipingere.
È una differenza enorme.
La pittura tradizionale spesso parte da un’immagine, da un progetto, da qualcosa che l’artista vuole rappresentare. La pittura intuitiva, invece, può partire da una domanda, da una sensazione, da un movimento interiore. Il pennello diventa allora una sorta di strumento di ascolto.
Non si tratta necessariamente di “fare un bel quadro”.
Si tratta di vedere che cosa emerge.
Il colore può diventare una sensazione.
Una linea può diventare un respiro.
Un gesto ripetuto può diventare una forma di presenza.
Una macchia può raccontare qualcosa che le parole non riescono ancora a dire.
In questo senso, dipingere può diventare un atto profondamente intimo.
Ed è forse proprio qui che l’esperienza di Kusama può parlarci ancora oggi.
La ripetizione che attraversa la sua opera non è soltanto una scelta estetica.
È un gesto che ritorna, ritorna ancora, fino a costruire una dimensione quasi ipnotica. Il singolo punto perde la propria individualità e diventa parte di un insieme infinito.
È come se, attraverso la ripetizione, l’io potesse per un momento dissolversi.
E questo ci porta a un’altra idea centrale della pittura intuitiva: il dipingere come esperienza, più che come risultato.
Quando dipingiamo intuitivamente, non sappiamo sempre dove arriveremo. Ci lasciamo guidare dal processo. A volte un colore ne chiama un altro, una forma chiede di essere ripetuta, una superficie deve essere coperta e poi nuovamente scoperta.
Il quadro diventa una conversazione.
Noi facciamo un gesto e la tela ci risponde.
Ne facciamo un altro e ascoltiamo.
In questo dialogo può accadere qualcosa di inatteso: ciò che era confuso dentro di noi acquista una forma.
Non necessariamente una soluzione.
Una forma.
Ed è già moltissimo.
Forse la cura dell’anima non consiste sempre nel guarire ciò che fa male
ma anche nel trovare un linguaggio attraverso il quale quel dolore possa essere riconosciuto, attraversato e trasformato.
Kusama ha fatto esattamente questo con il proprio universo interiore: non ha cercato semplicemente di nasconderlo. Lo ha portato sulla tela, nello spazio, nella ripetizione, nell’infinito. Ha trasformato la propria esperienza in un linguaggio capace di raggiungere milioni di persone.
La sua arte ci ricorda allora che creare non significa necessariamente allontanarsi da ciò che siamo.
A volte significa avvicinarsi.
Avvicinarsi a quella parte di noi che non sappiamo spiegare.
A ciò che sentiamo prima ancora di comprenderlo.
A quelle immagini interiori che aspettano soltanto di trovare una superficie sulla quale apparire.
E forse è questo uno dei doni più preziosi della pittura intuitiva.
Non chiederci di essere bravi.
Non chiederci di sapere già.
Non chiederci di produrre qualcosa di perfetto.
Ci invita semplicemente ad ascoltare.
A prendere un colore e vedere che cosa succede.
A lasciare che la mano sappia, qualche volta, prima della mente.
A permettere all’immagine di nascere senza costringerla a essere immediatamente spiegata.
In questo senso, la tela può diventare uno spazio di libertà.
Uno spazio nel quale possiamo essere ciò che siamo, anche quando non sappiamo ancora dirlo.
Yayoi Kusama ha fatto della sua pittura un universo. Ma forse, ancora più profondamente, ha dimostrato che un universo interiore, anche quando è complesso, doloroso o difficile da comprendere, può essere trasformato in qualcosa che respira, che comunica, che incontra gli altri.
E allora la pittura non è più soltanto rappresentazione.
Diventa relazione.
Diventa ascolto.
Diventa presenza.
E, qualche volta, diventa cura.
Perché forse dipingere non significa sempre cercare di mettere il mondo sulla tela.
A volte significa ritrovare, attraverso la tela, un modo per stare nel mondo.